Bartolomeo Meloni

Grande partecipazione alla Giornata della Memoria voluta dall'Amm.ne Comunale e coordinata dalla giornalista Manuela…

Pubblicato da BibliotecaComunale GraziaDeledda su Martedì 29 gennaio 2019

Bartolomeo Meloni. Io ho a cuore tutte le pietre d’inciampo ma a questa sono particolarmente affezionato. È a Venezia, a Santi Apostoli, nel Campo drio de a Cesa, di fronte al portone dove aveva abitato (nello stesso palazzo ora abita mio fratello Stefano). Quando la vidi la prima volta ne rimasi meravigliato: non pensavo che si ricordassero di lui. Io ne sapevo tutto, lo avevo scoperto studiando la partecipazione dei sardi alla Resistenza e mi avevano colpito le parole di ammirazione di chi lo aveva conosciuto, Silvio Trentin soprattutto e poi quelli che erano stati con lui a Dachau, come don Franzin, e che lo avevano visto morire. Era nato a Cagliari da antica famiglia nobile di Santu Lussurgiu ed era stato ingegnere sovrintendente dei lavori della stazione centrale di Milano, poi capo del nodo ferroviario di Venezia Mestre. Grande collezionista d’arte, amico di Ballero e altri, era socio dei circoli artistici veneziani. Nel 1936 aveva preso per un anno la tessera fascista ma non aveva mai partecipato della vita del regime. L’8 settembre riunì i ferrovieri dei quali si fidava e insieme a loro decise di combattere contro i tedeschi. Lo hanno raccontato come preso da un furore organizzativo e antifascista in cui ogni tanto appariva il dovere di cancellare la debolezza di quella tessera presa un anno. Lo fece organizzando con i suoi ferrovieri il boicottaggio dei primi convogli di deportazione, alla fine di settembre furono già undici i convogli deragliati che consentirono la fuga dei prigionieri. Silvio Trentin sapendo della sua fama volle conoscerlo e ne rimase così impressionato che volle nominarlo suo luogotenente malgrado le resistenze di lui che diceva di non esserne degno perché aveva il peccato di non aver saputo tenere la testa alta. Ma durò poco, ii nazisti guidati dai fascisti lo catturarono e lo deportarono a Dachau. Il suo treno non deragliò. A Dachau i pochi sopravvissuti fra i quali il prete lo ricordano piagato e sciancato dalle botte ma sempre intento ad aiutare gli altri, i caduti a terra, gli ammalati, i disperati. Morì nel suo giaciglio ammalato e sanguinante dopo l’ennesima seduta di frustate. In Sardegna prima che ne parlassi io lo avevano dimenticato tutti. A Venezia oltre la pietra d’inciampo lo ricorda una grande lapide nella stazione di S. Lucia che gli hanno dedicato i ferrovieri e che è stata rinnovata nel cinquantesimo della Liberazione. Non so che fine abbiano fatto i suoi quadri: se li abbiano presi i nazisti o se in qualche modo ne sia venuta in possesso la famiglia. Ecco cosa ricorda un quadrato di bronzo, incastrato in terra con un nome e delle date. (Simone Sechi) I lussurgesi però non l’hanno mai dimenticato. Già all’indomani della fine della guerra gli fu dedicata la lapide e intitolata una delle piazze più importanti del paese. Alcuni insegnanti, tra cui due mie sorelle, C. Pitzolu, docente di filosofia, e altri,hanno sempre ricordato con gli alunni il suo sacrificio. E pur con lentezza, continua anche la mia ricerca. Da poco ho letto la testimonianza di don Fortin a Oristano. (Rita Arca)  A Santu Lussurgiu nella facciata della casa di famiglia in via G. Angioi nel 1946 il comune pose una lapide in ricordo.